CCSVI Emilia-Romagna

New York, 18 novembre 2017: La Scienza tradita!

Che cosa vuol dire, esattamente, “efficacia scientifica”?

Quel che sembra sfuggire alla comunità scientifica e ad alcune Associazioni che tutelano, o avrebbero dovuto tutelare le aspettative e gli interessi delle persone con SM, e che si sono cimentate a boicottare la sperimentazione BRAVE DREAMS,  è che non da ieri, ma da almeno quattro secoli la scienza funziona in altra maniera, da quando qualcuno ha compreso che la verità scientifica non si impone attraverso la forza retorica delle argomentazioni, ma attraverso quella pratica delle dimostrazioni, sottraendo in questo modo la scienza dalla giurisdizione dei tribunali ecclesiastici.

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E’ attraverso la pubblicità dei risultati, che possono e devono essere sottoposti a verifica da chiunque abbia voglia di cimentarsi nell’impresa.

E noi invece, lo abbiamo ripetuto sino alla nausea, e continueremo a ripeterlo ancora e che i malati pagano nella loro vita con il tempo che passa inutilmente e la malattia che avanza, la necessità in buona ed in cattiva fede dei cattedratici di parlarsi in latinorum.

Molti uomini di scienza sono indubbiamente antipatici.

La loro cultura, il loro sforzo di ricerca e la fondatezza delle loro argomentazioni distruggono ogni nostra dolce e folle fantasia consolatoria.

Non ci ha mosso, però, la tentazione di alimentare tale folle fantasia consolatoria nel costituire e promuovere l'Associazione, ma la consapevolezza che anche nella scienza, come ben descriveva Francesco Alberoni in un suo editoriale del settembre 2008, sono i centri di potere accademico internazionalI che controllano i finanziamenti e le pubblicazioni e impongono le proprie proposte e le proprie idee emarginando gli scomodi, i devianti, quelli fuori dal coro. La scienza non è affatto obbiettiva e imparziale come il grande pubblico immagina. Ancor oggi le scoperte più originali vengono fatte da individui che devono lottare contro il conformismo accademico. Per tener viva la diversità culturale e conservare accesa la creatività bisogna che ciascuno partecipi e competa nel sistema di comunicazione globale, ma nello stesso tempo ogni nazione, ogni popolo, ogni città deve conservare le sue radici, la sua lingua, la sua tradizione e farle fiorire. Non dobbiamo aver paura di essere diversi, di rifiutare il tipo di arte, di cinema, di libri, di spettacoli televisivi ammirati da tutti. Dobbiamo imparare a giudicare e a scegliere con la nostra testa, e sforzarci di realizzare solo cose che consideriamo veramente belle e di valore. Certo, agire così richiede uno sforzo individuale molto più grande, ma è l'unico modo per tenerci fuori  dal gregge e poter dare anche noi un contributo utile. 

Il 'caso Zamboni' è uno di quelli in cui la ricerca e i ricercatori promettono ma non mantengono?

Forse sì, forse no. Non sta ovviamente a chi scrive mettere un bollino di validità o meno su una teoria, ma è più probabile che al momento ci si trovi davanti a un caso, uno dei pochi visibili a occhio nudo e interessante per le implicazioni che comporta, di controversia scientifica.

Paolo Zamboni non è Luigi Di Bella, né Davide Vannoni.

Le sue affermazioni, la sua teoria e i suoi studi, da oggi, sono stati messi a disposizione della comunità scientifica per essere valutati, affinati, criticati, approvati o smentiti.

Qui siamo davanti a una spaccatura: da un lato chi crede in una teoria e pubblica studi al riguardo, dall'altro chi pensa sia priva di fondamento o porta argomenti (e dati e studi) contrari ad essa.

Permettendoci una iper-semplificazione, siamo davanti a uno scontro tra flebologi e neurologi, tra campi e competenze diverse. Il contorno è fatto di lotte, di opinioni, di tanta comunicazione (che merita un capitolo a parte), polemiche e, ovviamente, di soldi in ballo. Qui esiste una discussione all'interno della comunità scientifica che prende direzioni diverse che, al momento, per noi che guardiamo dall'esterno, sono tutte valide anche se qualcuna, il tempo ci dirà quale, è sicuramente sbagliata.

Ecco come i media hanno riportato la notizia relativa alla pubblicazione sulla rivista Jama Neurology dell'esito sperimentale di Brave Dreams:


ANSA

LA REPUBBLICA

IL TEMPO

LA NUOVA FERRARA

TELESTENSE

METEOWEB

CTV NEWS

 


New York 18 novembre 2017: Presentati i risultati della sperimentazione Brave Dreams

Sabato 18 novembre 2017 a New York il ricercatore ferrarese ha illustrato gli esiti dello studio nazionale coordinato dal Sant'Anna di Ferrara .



Zamboni – ha comunicato, anche se succintamente, i risultati dello studio "Brave Dreams", condotto in Italia, coordinato dall'ospedale Sant'Anna di Ferrara, in particolare dal professore e dalla sua equipe, e finanziato nel 2012 con 2.7 milioni di euro dalla Regione Emilia Romagna.

L'ipotesi di partenza, che la malformazione delle vene cerebrali e toraciche, sindrome scoperta e denominata dallo stesso Zamboni con il nome di Insufficienza venosa cronica cerebro spinale (Ccsvi), potrebbe avere un ruolo nell'insorgenza della sclerosi multipla, era il frutto di una serie di studi condotti dallo stesso ricercatore tra il 2007 e il 2009,

anno - quest'ultimo -  in cui fu pubblicato l'articolo che attirò sulla sua teoria l'attenzione del mondo scientifico e di migliaia di pazienti.

Un lavoro fin dall'inizio avversato dai neurologi che in massa - ma con qualche defezione come il dottor Fabrizio Salvi, del Bellaria di Bologna, divenuto uno dei più stretti collaboratori del professore ferrarese - definirono le tesi di Zamboni infondate e smentite da altre ricerche, tra cui lo studio Cosmo, pubblicato nel 2013, promosso e finanziato dall'Aism (Associazione italiana sclerosi multipla). La diatriba scientifica fra specialisti di diverse discipline, in particolare neurologi e chirurghi vascolari, ha assunto da allora toni molto accesi e non si è mai sopita: i risultati di numerose sperimentazioni eseguite in tutto il mondo sull'origine, gli effetti e la terapia della Ccsvi non hanno portato la pace tra le due comunità di studiosi.



Zamboni nel 2010 decise di non partecipare allo studio Cosmo a causa di incolmabili difformità di vedute con Aism e iniziò a raccogliere fondi per eseguire una ricerca indipendente trovando orecchie attente in Regione. Così la sperimentazione Brave Dreams-Sogni Coraggiosi potè partire, nel 2012, con l’obiettivo di misurare sicurezza ed efficacia dell'angioplastica, la tecnica utilizzata per ripristinare il corretto flusso venoso nei pazienti.
Il reclutamento e la sperimentazione clinica furono completati entro il 31 dicembre 2014.


La Regione, in quell'occasione, fornì alcuni dati indicando i centri italiani (BolognaRavennaCatania PoliclinicoAnconaNovara e l’Istituto Besta di Milano) che avevano partecipato allo studio, uno dei più completi al mondo, eseguito in doppio cieco, con la massima garanzia scientifica rispetto alla possibilità che l'esito della ricerca potesse risultare compromesso da informazioni che avrebbero potuto condizionare medico e paziente. I ricercatori ferraresi avevano chiesto dodici mesi per completare l'esame dei dati, che, proprio contestualmente alla presentazione avvenuta il 18 novembre a New York è stata pubblicata sulla rivista scientifica Jama Neurology:

LA RIVISTA JAMA NEUROLOGY

Nel corso di questi anni, nel frattempo, gli studi condotti dall'equipe ferrarese sembrano aver aperto la porta a sviluppi impensabili all’inizio dello scorso decennio. Il campo di ricerca si è esteso includendo nell'elenco delle patologie che potrebbero essere correlate con la Ccsvi e altre malattie degenerative.

Nel frattempo Zamboni, assieme a un gruppo di ricercatori di Unife, tra cui i fisici Angelo TaibiMauro GambacciniRoberto Sisini e il cronobiologo Roberto Manfredini, ha condotto esperimenti da terra in collegamento con la Stazione spaziale internazionale e in collaborazione con la missione Futura, nota al pubblico per la partecipazione dell'astronauta italiana Samantha Cristoforetti, che ringraziò pubblicamente a Ferrara l’equipe estense, nel 2016, nel corso di un partecipatissimo incontro ospitato dai padiglioni della Fiera. La tecnologia impiegata per l'acquisizione dei dati a distanza (la stazione spaziale orbita a 400 km dalla superficie terrestre) è stata messa a punto proprio dal pool di scienziati dell’Università di Ferrara ed è considerata promettente nella prospettiva di favorire il miglioramento della qualità in telemedicina.